mercoledì, marzo 28, 2018

[e quindi]







(Illustrazione di Brad Holland)

Aspetto che la lancetta dell'orologio sia perfettamente verticale e poi comincio a parlare, quando sarà finita avremo barattato 15 anni per 15 minuti. Uno scambio equo. Quindi vediamo, te ne stai seduta davanti a me fissando il mio cappuccino per tutto il tempo, io torturo un tovagliolo facendone strisce perfettamente uguali cercando di metabolizzare il più velocemente possibile quello che dici. È un compitino ben eseguito, tutto sommato, non sei preparata lo capisco, il resto si scioglie nelle frasi di circostanza in mezzo al tuo cazzo di zucchero di canna.

Ti chiedo quello che non avrei voluto: c'è un altro, com'è, ci hai già scopato, ce l'ha più grosso del mio. Non ti chiedo quello che avrei dovuto né tu me lo dici, nessuno lo fa mai. È che lo so, lo so da tempo, ma preferisco sentirti dire che scopi con l'idraulico o con il mio migliore amico, piuttosto. La differenza che passa tra quello che so e quello che mi dici sta tutta nel tuo sollievo nel vedere che mi basta, che me la bevo perché fa comodo ad entrambi.

Faccio in tempo a mandare a memorie le ultime cose che avrò di te. Il tuo rossetto sul bordo della tazzina, la piega intorno alle tue labbra che oggi mi pare più amara, il tuo cappotto verde con la cinta che infili con la consueta grazia, un ciondolo che non conosco sul tuo collo mentre ti pieghi in avanti per dirmi qualcosa che non capisco, il tintinnio della porta a vetri mentre esci dal locale e cerchi disperatamente in strada un angolo da svoltare.